Con il casco azzurro verniciato a spruzzo

Ci sono storie che afferrano, trascinano con sé, ti accompagnano lungo le pagine mano per la mano, e quando arrivi alla fine, all’ultima pagina, quella bianca, quella definitiva, senti che hai lasciato qualcosa lì, in quella storia, e che quella storia ha lasciato qualcosa dentro di te.

Questo ho provato quando, la scorsa estate, mi è arrivato il manoscritto di Alessandra per una valutazione.

Una storia struggente e positiva, una scrittura poetica e che colpisce l’animo di chi lo legge: questo è “Con il casco azzurro verniciato a spruzzo” di Alessandra Giorgi.

Il racconto della vita di un uomo visto dagli occhi della figlia. Occhi che sono quelli dell’amore, ma anche del realismo con cui lei e la famiglia hanno accettato una scelta. Definitiva. Irrevocabile. Giusta.

Alessandra Giorgi, una vita da lettrice e al suo esordio come scrittrice, prova a parlare del tema difficile della fine della vita, e lo fa con questo libro intenso, leggero, delicato, personale.

Un libro non per tutti, ma per tanti lettori in certe fasi di riflessione che la vita stessa porta con sé, nel suo scorrere ora veloce ora lento, a tratti molto vissuta e a tratti più pensata.

La storia si colloca nell’attuale momento storico, momento in cui l’Occidente non solo si interroga, ma anzi avverte l’urgenza di un ragionamento su come affrontare il tema tabù della morte.

Si legge in un soffio e pone molti interrogativi, conduce il lettore dove non ci sono risposte uguali per tutti, tra vita, affetti, ricordi.

“L’idea di scrivere questa storia nasce da una esperienza di vita vera. Scriverla è stato per me un bisogno, uno strumento per gestire le tante emozioni” mi confida Alessandra.

“Mentre i fatti accadevano, mese dopo mese, anno dopo anno, sentivo l’impulso di metterli per scritto: per vederli da fuori, capirli meglio, e per il timore di non ricordarne più i tanti dettagli, il timore di perdere nell’oblio curativo del tempo, le emozioni attaccate a quei dettagli. Foglietti sparsi nella borsa, pagine abbozzate che scrivevo in aereo, fogli su fogli con me nella tasca della valigia, audio registrati sul telefono in momenti rubati alla quotidianità, parole che sgorgavano come se stessi raccontando a me stessa cosa stava succedendo. Molto spesso sono stati anche foglietti scritti di notte, nel buio, sulla carta che sempre ho sul comodino, perché la notte è tranquilla e il livello di controllo sui pensieri si abbassa, così fiumi di parole fluivano improvvisi, costringendomi a prendere la penna nel buio e prendere appunti sgangherati su fogli che avrei poi riguardato al risveglio.”

“A un certo punto” continua Alessandra “mi sono trovata fra le mani la storia già scritta, e la voglia di condividerla.

Ecco, una esperienza di vita vera, la mia visione di quei fatti, come io li ho vissuti, e chissà, gli altri protagonisti potrebbero averne avuto una diversa.

Perché non c’è mai una verità, ma tante, tante storie.”

Un estratto

Ho detto “bel tempo”. Penso a quando si parla con qualcuno e si chiede del tempo, sempre e solo quello atmosferico. «Come è il tempo?» Vorrei invece chiedere: «Come è il tuo tempo?» Il tempo vero, quello scandito dall’orologio: dimmi tu come vivi il tempo che passa, ti dico come lo sento io, e quanto è difficile vivere, mediare, relazionarsi…